Fa che falu: fai che farlo


 

Fai che farlo, è un modo di dire locale, casalese, monferrino, di origine dialettale, è un intercalare che sprona, suggerisce di non stare lì ad aspettare che le cose si facciano, ovvero: datti da fare e non aspettare che le cose accadano da sole. Se poi ciò che stai cercando di fare non capita, poco male, comunque ci hai provato, quello che hai tentato di fare è lì, poi magari capita, che qualcosa succeda anche senza di te; ma qualcosa avevi fatto, il seme lo avevi gettato. L’importante è comunque e sempre: cominciare.

elio carmiHa a che vedere, per uno come me, con la parte normativa ebraica che è più prossima all’ortoprassi, nel quotidiano ebraico, che all’ortodossia. Perché il Fare diventa il mezzo con cui si va verso la costruzione del pensiero ebraico. Dove ad esempio il Sabato si concretizza nella sospensione del fare, proprio per valorizzare l’azione, la cre-azione.

In questo senso ciò che testimonia il festival Exodus, è la necessità del fare, del chi ha fatto allora per la salvezza di molti e di chi oggi si impegna per gli stessi valori.

Ciò che si costruisce nel produrre un festival, che si affaccia a modo suo verso la dimensione del pensiero ebraico, è un fare oggi, contemporaneo e attuale, per discutere del senso ebraico della vita, dell’uomo, del quotidiano. Sia per ciò che è indiscutibilmente ebraico nella civiltà occidentale, sia per ciò che può essere l’ebraismo, anche e dopo Auschwitz.

Elio Carmi 



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